Dal resoconto di un giornalista di passaggio a Sottoguda nel lontano 1925:

“Pochi sono i ricercatori di bellezze solitarie che arrivati a Caprile, prendono la strada per Sottoguda ai piedi della Marmolada, ed anche di questi pochi, quasi nessuno si ferma nel piccolo villaggio di Sottoguda. Ma la meschina osteria non fornisce alcun cibo, e sarà forza portare il sacco e l’appetito intatti per un’altra Mezzora, sino all’ Albergo Malga Ciapela alla fine dei Serrai. Mentre ci confortiamo con un bicchiere di sapida birra, l’occhio cade sulle finestrelle dell’ osteria ridotte a vetrina e stipate di oggetti di ferro battuto di notevole bellezza. Gli oggetti esposti, sono il solito delle industrie artigiane: i piatti, portacenere, lampade funerarie ecc. ; ma l’arte con cui questi sono lavorati ed i motivi di ispirazione appaiono particolarmente robusti ed originali. Ne chiediamo al padrone: “ dove si fanno questi Ferri Battuti?” “Qui”, “Qui, dove?”, “ Qui in casa, li fanno i miei figli”. La cosa diventa interessante: trovare in questo misero gruppetto di case ai piedi della Marmolada, una fucina d’arte così fresca ed esperta, ha tutto il sapore di una scoperta. L’oste soggiunge: questi sono piccoli lavori per la vendita, ma i miei ragazzi sanno fare molto meglio; di sopra, hanno due capolavori. Si sa che nel gergo di officina, la parola capolavoro non ha il senso maestatico dei trattati d’arte, ad ogni modo la curiosità è già sveglia, e chiediamo di vedere i capolavori. “Adesso glieli mostrerà mio figlio, eccolo che viene”. Apparve infatti. Silenzioso e leggero uno degli artisti. Un bel ragazzo sui vent’anni che sorride, dai chiari occhi di montanaro; veste un paio di logori calzoni grigioverdi e una camicia scura: fiera poesia dell’ orgoglio maschio, unita al risparmio domestico, che questi montanari hanno sempre nell’abito e nel vestiario qualche cosa dell’alpino e del soldato volontario. Tale uso, crea quassù nei monti, una specie di costume nazionale, mezzo militare, che perpetua, nelle fatiche del vivere quotidiano e di segni della più alta disciplina. Entriamo nell’ officina. Chiamare officina questo miserabile buco, è un reato contro la proprietà del linguaggio; un unico stambugio una vera tana affumicata dove, per vederci a lavorare bisogna tenere la porta spalancata. Nuda, senza altri attrezzi che qualche martello, alcuni punteruoli e una povera fiamma da saldatura. Più di un fabbro diplomato , in tale bottega stenterebbe a fare dei ferri da cavallo. Invece l’altro fratello sta battendo un piatto con leggiadrissimi putti e ghirlande di fiori, così leggero che dà suono musicale. Tiene davanti a sé un cartone sul il mio ragazzo ha ritratto qualche puttino ignudo di questi che razzolano coi polli del villaggio ed offrono al raro turista mazzetti di stelle alpine. “Vede noi vogliamo copiare, d’altra parte, ci mancano del tutto i modelli, gli unici che abbiamo. Sono i bambini ed i fiori; pio facciamo draghi perché ciascuno li può fare di fantasia come vuole”. Dopo questo preambolo a la visita alla tana, è con vera curiosità che ci avviamo a fare conoscenza con i capolavori ma davvero non c’era bisogno di preparazione all’ indulgenza. Un drago di circa due metri di lunghezza ed un grande lampadario a motivi animali e floreali, scevri da imitazione ed egregiamente lavorati, appaiono due autentiche e robuste opere d’ arte, degne di uscire da qualunque celebrata bottega. Il giovane, lieti dell’ammirazione che non gli nascondiamo, sente il dovere di illustrarci l’opera sua: tanti chili di ferro, tante giornate di lavoro e così via, come si trattasse di un conto di vanghe o di chiodi da scarpe. “Ora i lavori bisognerebbe venderli, se si trovasse il compratore”, spiega il povero artista, “compreremmo degli altri strumenti e questo inverno avremmo il tempo di preparare qualche altro lavoro importante”. L’inverno, l’interminabile inverno ai piedi della Marmolada e quella porta che starà spalancata sulla neve , per dar luce. Ma, purtroppo, sono radi i turisti che giunti a caprile, voltano la macchina per la Val pettorina e se qualcuno passa vicino all’ osteria di Sottoguda, nessuno immagina che lì dentro, per opera dei fratelli De Biasio, nascan opere, degne della più nobile arte italiana.